Quanti rifiuti produciamo? Un punto sulla situazione europea
- by Greenthesis Group
- 18 ago 2019
- 3550 Visualizzazioni
Secondo l’ultimo Rapporto sull’Economia Circolare, stilato da Eurostat in collaborazione con il Circular Economy Network ed Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, l’ultima produzione media analizzabile di rifiuti totali pro-capite è quella del 2016 che rileva una quantità di materiale prodotto pari a 4.952 kg per ciascun abitante.
All’interno dell’Unione Europea sembra essere la Finlandia con i suoi 22.331 kg/abitante il Paese che produce più rifiuti pro-capite, seguita dall’Estonia (18.450 kg/abitante) e dal Lussemburgo (17.141 kg/abitante).
Salta poi agli occhi il dato italiano: nel nostro Paese, infatti, “nello stesso anno sono stati prodotti 2.706 kg/abitante di rifiuti, un valore pari alla metà rispetto alla media europea”, che ci dimostra come, al netto delle nostre difficoltà che continuiamo a riscontrare dal punto di vista sistemico, rimaniamo una popolazione altamente etica e responsabile per ciò che concerne la produzione di sprechi.
Fortunatamente un altro dato positivo lo si trova nel constatare che in media si è assistito ad un decremento del 4% nel periodo che va dal 2004 al 2016. All’interno di questo lasso di tempo, infatti, Paesi come il Regno Unito e la Spagna sono riusciti a ridurre la produzione di scarti rispettivamente del 15% e del 25%, mentre altri Stati come la Francia, la Germania e purtroppo la stessa Italia ne hanno registrato un aumento alzando la propria percentuale rispettivamente del 2%, del 9% e del 12%.
Ritornando sul dato italiano, invece, “il trend della produzione di rifiuti totali pro capite mostra un incremento nel periodo compreso tra gli anni 2004 e 2008, anno nel quale si verifica un picco di
produzione di oltre 3.000 kg/abitante”. Picco che va invertendosi negli anni successivi, dove la produzione pro-capite va via via diminuendo raggiungendo il suo minimo registrato di 2.553 kg/abitante nel 2012. Tra il 2016 e il 2017, ultimo anno analizzato, ci si riporta a un lieve +1% toccando quota 2.721 kg/abitante.
Alla luce di questa analisi è utile confrontare l’andamento della produzione totale dei rifiuti con quello, invece, del Prodotto Interno Lordo, constatando quanto la crisi economica partita nel 2008 abbia influito su tutto il sistema di produzione di materiali di scarto. Non si registra un disaccoppiamento tra il dato di produzione dei rifiuti e il PIL, mentre la percentuale di riciclaggio dei rifiuti urbani lascia intendere una sorta di miglioramento circa la nostra capacità di convertire in una nuova risorsa i rifiuti consumati e prodotti dai consumatori.
Tra questi sicuramente la parte più ingente è rappresentata dai rifiuti urbani, scarti provenienti dalle famiglie o “da altre fonti assimilati per natura e composizione ai rifiuti domestici”, che rappresentano soltanto il 10% dei totali generati nell’Unione Europea ma la quale gestione comporta spesso difficoltà da un punto di vista logistico proprio a causa della loro natura estremamente eterogenea.
Proprio per questo motivo la percentuale di recupero di questo genere di rifiuti “fornisce anche un interessante parametro circa la qualità del sistema di gestione dei rifiuti dell’Unione e di ogni singolo stato”. L’indicatore riguardante lo Stato dell’economia circolare basato sul Piano europeo è importante perché ci consente di monitorare i progressi che dovrebbero portare al riciclaggio del 50% per il 2020 fissato nella Direttiva quadro sui rifiuti e i nuovi obiettivi del 55% al 2025, del 60% al 2030 e del 65% al 2035 introdotti con la sua recente modifica.
Essendo consentite, all’interno dell’Unione Europea, addirittura quattro differenti metodologie per calcolare i tassi di riciclaggio dei rifiuti, però, risulta a oggi molto difficile mettere a comparazione questi valori per avere un paragone chiaro del diverso management statale. I Paesi misurano le quantità riciclate secondo schemi diversi, una forbice cresciuta ulteriormente a causa dell’incertezza gestionale e programmatica di alcuni. Questo avviene, ad esempio, quando si tratta di considerare il momento del riciclo a posteriori rispetto alla selezione dei rifiuti raccolti oppure calcolando il momento di ingresso all’impianto di riciclaggio. Le implicazioni di tale scelta, ovviamente, ricadono sull’accuratezza e la comparabilità dei risultati, ma la buona notizia è che con il recepimento delle nuove direttive questo problema andrà sicuramente risolvendosi.
Stando alle stime di Eurostat che fotografano la situazione del 2016, ultimo anno rilevabile in tutta Europa, la media di riciclo dei rifiuti urbani si assesta attorno al 45,3%, un valore che in Italia si abbassa soltanto dello 0,2% e che quindi ci certifica come uno dei Paesi in linea con le aspettative.
Se guardiamo invece il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani vediamo che varia a seconda dello Stato membro, e in Germania, Slovenia e Austria arriva, per ciò che concerne i rifiuti urbani, ad oltrepassare addirittura il 55% (già allineato con l’obiettivo del 2025), mentre in Belgio e nei Paesi Bassi tocca il 50% (obiettivo 2020).
Se analizziamo le cinque principali economie continentali, invece, notiamo come la Germania si sia già avvantaggiata equiparando e addirittura superando l’obiettivo del 65% di riciclaggio fissato dalla normativa europea per il 2035. Gli altri Paesi, in ogni caso, si attestano tutti ad un tasso superiore del 40%, tranne la Spagna che è arrivata soltanto di recente al 29,7% di recupero. Prendendo in considerazione la forbice tra il 2000 e il 2016, in ogni caso, sono il Regno Unito e l’Italia ad aver registrato i maggiori incrementi aumentando rispettivamente del 33% e del 31% la loro capacità di recuperare i materiali di scarto.
Sono tutti dati, questi, che ci consentono una migliore analisi del settore e ci aiutano a programmare i prossimi interventi concedendoci la giusta chiave di lettura a un problema, quello dell’emergenza dei rifiuti, che è grande ma ancora non insormontabile.
Le strategie proposte nel Rapporto per limitare la produzione di rifiuti e reinventare filiere produttive attente alla qualità del materiale, non possono comunque prescindere da una visione pragmatica del problema che richiede azioni tempestive nella gestione quotidiana del ciclo dei rifiuti urbani e industriali.
Per questo è importante mantenersi sempre vigili circa ciò che produciamo e il modo in cui poi ci avviamo a trattarlo, motivo in più per apprezzare il lavoro del Circular Economy Network (CEN) che, come si legge dal suo sito, “è un progetto che si propone, sulla spinta della strategia europee, di stimolare nel nostro Paese uno sviluppo dell’economia circolare capace di sostenere le sfide climatiche, ecologiche e sociali proposte dalla green economy, accrescendo al tempo stesso la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali”.
Le soluzioni impiantistiche di recupero di materiali proposte nel Rapporto, devono comunque prevedere l’impiego di impianti di trattamento e smaltimento come termovalorizzatori, piattaforme polifunzionali e discariche controllate che sopperiscono alle incolmabili carenze di una filiera del recupero già oggi al collasso.
Nato grazie alla spinta innovatrice della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e aperto a tutte le aziende e realtà sociali che si fanno carico delle medesime finalità attraverso opere concrete e impegni seri, questo Network vede oggi la partecipazione di ben 13 soggetti nonché alcune decine di aderenti. Il suo contributo, per ora, consiste nella raccolta, promozione e divulgazione di studi di settore, ricerche ed elaborazioni sull’economia circolare. Si occupano anche della definizione degli indicatori chiave di circolarità e dell’analisi delle performance nazionali, oltre ad “effettuare la ricognizione delle principali criticità e delle barriere da rimuovere, indicando le possibili soluzioni”. Un’altra più importante attività consiste nell’elaborazione di strategie, policies e misure da avanzare alle amministrazioni, così da fare spesso da ponte tra queste e il mondo delle imprese e favorire la messa in comune di buone pratiche[1].